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MATTEO BANDELLO: VITA E PRODUZIONE LETTERARIA

Di nobile famiglia, nacque a Castelnuovo Scrivia intorno al 1484. Entrò dapprima come novizio nel convento domenicano di S. Maria delle Grazie a Milano, ove lo zio paterno Vincenzo era priore, e poi come frate nel convento di S. Domenico a Genova (1504). Fra la fine del 1505 ed il 1506, accompagnò Vincenzo, divenutogenerale dei domenicani, a visitare i conventi dell’Italia meridionale. Morto lo zio durante il viaggio, il Bandello ritornò a Milano, dove divenne, pur senza abbandonare l’abito monastico, segretario di Alessandro Bentivoglio e di sua moglie Ippolita Sforza, fu incaricato di speciali missioni e strinse amicizia con molti nobili e letterati (1506-12). Quando furono cacciati i francesi di Luigi XII e a Milano tornarono gli Sforza, il Bandello, da sempre filosforzesco, ebbe buone relazioni con Massimiliano I e la sua corte (1512-14).

Dopo la battaglia di Melegnano, i francesi ripresero la Lombardia e il Bandello, con altri fuoriusciti, si rifugiò a Mantova presso Francesco Gonzaga (1515) ed entrò al servizio e in dimistichezza con la marchesa Isabella d’Este. Sarà anche ospite di altre corti gonzaghesche, soprattutto dei Gonzaga di Gazzuolo. A Mantova si innamorò di una donna, rimasta sconosciuta, che cantò nelle Rime col nome di Mencia o Virbia. Rivide Milano nel 1522, dopo che i francesi furono sconfitti alla Bicocca e Francesco II Sforza venne proclamato duca. Probabilmente per fatti connessi alla congiura antispagnola del Morone, lascia definitivamente la città ed è al seguito di Aloise Gonzaga nell’esercito della lega di Cognac, da Milano, alla Romagna, alla Toscana, a Roma (1526). Nella ritirata da Roma è dapprima con Ranuccio Farnese e poi con Cesare Fregoso, a sua volta al servizio dei veneziani in Romagna e poi a Venezia e a Verona (1529-36). Con Cesare Fregoso e con suo cognato Guido Rangone, comandante dell’esercito francese, il Bandello partecipò alla guerra di Piemonte (1536-37). Ospite, con Cesare Fregoso, Costanza Rangone e i loro figli, di Luigi e Ginevra Gonzaga a Castel Goffredo (1538-41), vi incontrò Lucrezia Gonzaga di Gazzuolo, che divenne sua discepola e di cui si innamorò. Dopo l’assassinio di Cesare Fregoso per ordine di Carlo V, il Bandello si rifugiò, insieme alla vedova e ai figli del Fregoso, prima a Venezia e poi in Francia a Bazens, ospiti di Francesco I. Il Bandello vivrà qui il resto della sua vita, reggendo la diocesi di Agen per Ettore Fregoso ancora minorenne (1550-55) e attendendo la pubblicazione delle Novelle e di altre opere minori. Morì a Bazens nel 1561.

Le Novelle sono il capolavoro del Bandello. La Prima, la Seconda e la Terza parte furono pubblicate a Lucca, nel 1554; la Quarta parte fu pubblicata a Lione, nel 1573. Contengono rispettivamente 59, 59, 68 e 28 novelle, in totale 214. Ognuna è preceduta da una lettera dedicatoria a personaggi contemporanei, ove si descrive l’occasione in cui la novella sarebbe stata raccontata e dal Bandello trascritta. Pur dichiarate “vere istorie”, le novelle, che allargano notevolmente la tematica del genere, sono in gran parte riprese da fonti antiche, medievali, contemporanee, italiane, straniere (Livio, Pontano, Da Porto, Castiglione, Margherita di Navarra, Bouchet, ecc.), rielaborate con vigorosa originalità.

Le Novelle, secondo ripetute dichiarazioni dell’autore, sarebbero state accumulate come gli venivano alle mani, senza ordine alcuno. Si tratta in realtà di una scelta in polemica, neppure velata, con la tradizione della cornice, di ascendenza boccacciana e frequente nel Cinquecento. Il Bandello ritiene infatti che la commedia umana non possa essere sistemata entro una sequenza chiusa di novelle esemplari, ciascuna modello di un certo aspetto dell’esistenza, selezionato da un unico gruppo narrante, capace di passare in rassegna tutti i personaggi e i fatti significativi. L’esistenza umana sembra piuttosto al Bandello scorrere e diramarsi in infiniti casi sorprendenti per varietà e ognuno nuovo, mirabile, irripetibile.

Non si può allora misurarne la varietà inarrestabile, ma fissare caso per caso ciò che colpisce per la sua eccezionalità, dichiaratamente rinunziando all’idea di rappresentare tutto. Acquista così significato il rapporto fra singole novelle nel susseguirsi “voluto” del casuale. La dedicatoria specifica l’ambiente, i personaggi, l’occasione in cui sorge la novella e la qualità del narratore, che la porge in stretto o vago rapporto con l’insieme. A sottolineare appunto che ogni caso nasce e viene trattato in un contesto di narrazione e di conversazione, ove le opinioni non vogliono essere definitive, ma semplicemente proposte, secondo una molteplicità di punti di vista. Questo modo aperto di affrontare i casi umani vuole essere un metodo di giudizio che il Bandello attribuisce alla “cortegiania” italiana, che non appare più rappresentata da un gruppo centrale, come nel libro del Castiglione, e ragionante su di un unico tema, anche se liberissimo, fissato da precisi giorni di conversazione, nella precisa corte di Urbino.

Nelle Novelle l’aristocrazia italiana dispersa in situazioni varie e in molteplici gruppi, dai “giardini” di Milano, alle “corti” dei Gonzaga, alle tende di guerra, agli esili di Bazens. E tuttavia questa nobiltà sradicata, in preda alle “mutazioni” che sconvolgevano l’Italia e l’Europa, priva ormai di dominio, di potere, di autonomia, mantiene, nella generale precarietà dei destini e dei valori, comuni mentalità e costumi. Si sente ancora capace di considerare “minutissimamente”, “la instabil varietà del corso de la nostra vita”, “con intento animo e fermo giudicio” fissando i casi in “vere istorie”. E “vera istoria” non è il fatto nudo, esposto con cronachistica fedeltà, ma l’avvenimento significante, scelto, costruito, fra discussione e narrazione, da un uomo di esperienza, da un “cortegiano” appunto, che sa dare valore e senso ai casi della vita.

Viene così percorsa l’ampia gamma del “mirabile”, con particolare sensibilità agli effetti visivi, ai gesti, alle composizioni delle figure e dei dialoghi, al nesso azione-ambiente: dal drammatico, allo scurrile, al grottesco, al goffo, fino al macabro e allo spaventevole, mediante una narrazione aderente ai tempi, ai luoghi, ai comportamenti, fissati con una lingua per lo più a cadenze quotidiane, che il Bandello giustificava ad arte, col non saper scrivere in toscano letterario. Sono questi i moduli con cui trascrive i comportamenti dei personaggi, motivandoli con le idee scientifiche dell’epoca (p. es., la teoria dei “temperamenti” per spiegare i rapporti amorosi, felici o infelici: cfr. II, 47) e individuando lo snodarsi delle “disordinate passioni” col “crescendo” esasperato di un’unica tensione, lo scontro tra caratteri diversi o fra l’amore e le convenzioni sociali, la dialettica delle passioni e del caso (la novella di Giulietta e Romeo: II, 9).

Infatti, a differenza del Giraldi-Cinzio, attento a come la fortuna, “cieca e pazza cagione”, prema sull’individuo quasi appiattendone le capacità e complessità di reazione, il Bandello dà un più consistente gioco ai caratteri e alle passioni, alle decisioni o agli impulsi e alla ragione che li argina.

Cioè non è tanto attratto dallo scontro frontale fra individuo e fortuna, quanto dal moto delle passioni, nelle loro diramazioni, nel loro svoltare, sfuggire al controllo della ragione o nel loro vario connotarsi e interagire di fronte al caso. Ciò non significa che non valuti tutta l’imprevedibilità e la malignità della fortuna, ma è convinto soprattutto che essa sia instabile e neutra nel bene e nel male e che il problema dell’uomo virtuoso consista nel resisterle e nell’attendere la svolta, il ritorno del suo favore. E tale credito alla ragione, non più come virtù di iniziativa, ma di pazienza e di difesa dai colpi di sventura, dà accanto ad altri motivi a questo straordinario impasto di discorso e di rappresentazione, che sono le novelle bandelliane, una particolare collocazione tra Pieno e Tardo Rinascimento. Nel quale ultimo penetrano per la scoperta dell’infinito variare di questo nostro mondo, ora definito “fluttuante oceano pieno di ogni musica” ora “piacevole gabbia piena di infiniti di varia specie pazzi”, ma trattenendo ancora un saldo ancoraggio al pieno Rinascimento per quello sforzo di considerazione naturalistica certo non più sull’insieme dell’esistenza, ma sui singoli casi concreti, e per quella fede nelle possibilità di “minutissimamente” considerate con “intento animo” e “fermo giudicio”.

Tutta l’originalità del Bandello ai concerta nelle Novelle. Tentativi di cercare la propria strada di narratore, prove stilistiche, omaggio ai tempi sono le altre opere, importanti tuttavia sul piano autobiografico: Beati fratris Joannis Baptistae Cattanei Vita, scritta nel 1504, a ricordo di un confratello, conosciuto nel convento di S. Domenico a Genova, morto di peste, dopo quarantotto giorni di noviziato, e in odore di santità; Titi Romani Aegisippique Atheniensis amicorum historia in latinum versa (1509), traduzione della novella X, 8 del Decamerone; Parentalis oratio pro clarissimo imperatore Francisco Gonzaga Marchione Mantuae quarto, pronunciata a Mantova il 20 marzo 1520, primo anniversario della morte di Gianfrancesco marchese di Mantova; Le tre Parche, scritte nel 1531 a Verona per la nascita di Giano Fregoso, dedicate a Guido Rangone e pubblicate ad Agen nel 1545; la traduzione dell’Ecuba di Euripide dedicata a Margherita di Navarra (1538); I canti XI, poema in ottave in lode di Lucrezia Gonzaga di Gazzuolo, dedicato a Luigi Gonzaga, scritto a Castel Goffredo fra il 1538 e il 1540 e pubblicato ad Agen 1545; Alcuni fragmenti de le Rime, pubblicati da L. Costa nel 1816. Altre rime furono scoperte e pubblicate successivamente.